Cultura Aborigena

In Australia con l’appellativo Indigenous People (o come si usa dire più spesso oggi First Nations) ci si riferisce alle diverse popolazioni e culture diffuse nel continente australiano e nello Stretto di Torres, nel passato conosciute come Aborigeni. Quella indigena australiana è riconosciuta essere la cultura vivente più antica del mondo. Secondo le ricerche, infatti, i primi gruppi umani che si insediarono in Australia risalgono a circa 50.000-60.000 anni fa, e non è escluso che ciò sia accaduto anche molto tempo prima. Nonostante le differenze linguistiche e culturali che distinguono ogni gruppo dall’altro, quello che le First Nations condividono è sicuramente il modo in cui intendono il legame con la terra: qualcosa di strettissimo, quasi viscerale, che determina l’identità stessa di ogni essere umano.  Si tratta di una connessione invisibile e incomprensibile ai primi coloni europei, ma che per gli indigeni costituisce l’essenza della vita sulla Terra. Viaggiando in lungo e in largo per l’Australia si familiarizza dunque con il concetto del Dreaming o del Dreamtime. Con questi termini ci si riferisce principalmente ad un’epoca senza tempo in cui gli esseri ancestrali camminando e percorrendo il territorio crearono tutto quello che vediamo anche oggi. Ogni elemento naturale, ogni roccia, corso d’acqua, anche una semplice distesa di spinifex è il risultato dell’opera creativa degli spiriti ancestrali che hanno impresso il loro passaggio nella terra, plasmandola. Per gli indigeni australiani, però, il Dreamtime non è identificabile con un periodo del passato; in altre parole, non è semplicemente una Genesi che ad un certo momento si è conclusa. Il Dreamtime e ciò che esso ha germinato (relazioni uomo-natura o uomo-uomo, solo per fare degli esempi)  è una realtà viva, la Law (letteralmente “legge”), che continua a determinare l’ordine delle cose. La distinzione tra passato – presente – futuro non c’è, essi coesistono simultaneamente: la creazione, la law, le relazioni tra esseri umani e ambiente sono parte del tessuto interconnesso dell’esistenza. 
La storia delle relazioni tra gli indigeni e gli europei colonizzatori dell’Australia è un argomento complesso e di grande dibattito anche al giorno d’oggi. Nel quasi totale silenzio che vige in Italia circa la questione aborigena, due opere hanno però portato l’attenzione del pubblico ad un tema apparentemente così distante: una è la pubblicazione del romanzo autobiografico dell’autrice indigena Sally Morgan My Place e tradotto in italiano con il titolo La mia Australia; l’altro è l’uscita del film La generazione rubata (titolo originale: Rabbit Proof Fence) nel 2002. 

Soffermiamoci su quest’ultimo. Il film è ambientato negli anni Trenta del Novecento, epoca in cui si credeva di poter assorbire nella società dominante i cosiddetti bambini “mezzo sangue” (cioè aborigeni ma figli di un genitore bianco)  attraverso l’educazione e la separazione netta dal loro originario contesto sociale e culturale. A questo scopo, i bambini half caste (questa era la terminologia effettivamente usata all’epoca) venivano forzatamente allontanati dalle madri e più in generale dalle loro famiglie e rinchiusi in istituti gestiti a livello governativo, affidati principalmente da missionari. I legami con la famiglia d’origine venivano completamente interrotti, tanto che nemmeno i genitori venivano più informati circa la sorte dei figli. È questo il contesto che il regista ricostruisce per raccontare la vera e incredibile storia di tre bambine aborigene – due sorelle, Molly e Daily, e la loro cuginetta Gracie – che, dopo essere state prelevate dall’insediamento nativo dove vivevano, vennero portate in un centro di educazione. Molly, la più grande, convinse quasi subito le altre due a fuggire per cercare di fare ritorno al loro villaggio. Con coraggio e determinazione, avendo come riferimento la lunghissima rete di protezione dai conigli e le conoscenze del territorio ereditate dagli antenati, le tre ragazzine percorsero a piedi nudi 1500 miglia, sfuggendo ai vari tentativi delle autorità di riportarle al centro. Solo Gracie fu ripresa, mentre Molly e Daisy riuscirono a tornare a casa. Molti anni dopo, Doris Pilkington Garimara, figlia di Molly, racconterà questa storia rimasta per lungo tempo sconosciuta, nel libro che ha ispirato il film.Quest’opera cinematografica, che ha portato gli occhi del pubblico internazionale la questione aborigena, si inserisce nel lungo percorso, iniziato qualche decennio prima, di rottura del cosiddetto Grande Silenzio Australiano circa le politiche, leggi e le concezioni culturali che hanno inflitto non solo profonde sofferenze alle popolazioni native ma anche recato enormi danni alla sopravvivenza della più antica cultura della storia umana. La vicenda delle generazioni rubate ha avuto un impatto notevole nel mondo politico e nell’opinione pubblica in Australia, tanto che nel  2008 l’allora primo ministro laburista Kevin Rudd formalizzò scuse ufficiali alle popolazioni indigene e in particolare proprio alle Stolen Generations.

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